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Testimonianza di un’esperienza di Sahaja Yoga

adessoCamminando per strada, poco più di un anno fa, vidi per caso un cartello, con l’immagine di una signora, certo straniera, probabilmente indiana, sorridente, vestita con un abito rosso acceso. Sotto quest’immagine la scritta: “Corso gratuito di meditazione.” Ricordo che eravamo in ottobre, ancora nella scia di un’estate che stentava a lasciarci, stemperandosi in una mite primavera. Mi rivedo fermo sul marciapiede in una giornata colma di sole, ad annotare i vari contatti, appena conscio del contrasto tra questa promessa di pace, di distensione e il frastornante mare meccanico delle auto accanto a me. Ricordo ancora il mio primo ingresso nella sala dove si svolgeva il primo incontro del programma, o lezione. Ero, e lo sono tutt’ora, in una fase di rinnovo, di cambiamento, di ricerca, di ristrutturazione della tappezzeria interna.

 

Non posso dire di ricordare esattamente come si svolse la prima lezione. Ricordo la gravità del relatore, coniugata ad una capacità di esposizione che subito mi colpì. Ricordo lo stupore di pronunciare, dentro di me, le parole, le affermazioni di quella prima meditazione. Ancora non potevo capire perfettamente come, e forse stento tutt’oggi, ma erano risposte a domande che mi ero sempre fatto, risvolti dell’esistenza che forse fino allora avevo solo sbirciato.

 

“Donami la pura conoscenza.”

Che cosa vuol dire avere in dono la pura conoscenza? Ho sempre considerato la conoscenza come una particella in un mare infinito, insondabile, a volte minaccioso. Ora me ne veniva fatto dono. Ma perché? Da dove può venire tanto amore? E cosa vuol dire conoscere? Conoscere se stessi, io credo. Raggiungere le profondità con la leggerezza di un soffio; la pura conoscenza su noi stessi, quindi sugli altri e sul mondo. Tutto quello che è necessario per capire, per sentire da dove arriva questa volontà di donare, questo amore così immane che stento ancora oggi a comprendere, ad accettarlo senza spavento.

“Sono io lo Spirito?”

Avevo già sentito prima le parole “Diventa te stesso” ma cosa significano davvero? Questa è la risposta migliore che abbia trovato. Non sei i tuoi pensieri, non sei le tue emozioni, non sei rabbia o tristezza o esaltazione, non sei un frutto dei condizionamenti del passato, non sei una macchina tesa all’obiettivo, non sei un consumatore, un elettore, un utente, un contribuente, un peccatore. Niente di tutto ciò: sei lo Spirito.

“In verità io sono il maestro di me stesso.”

Non esistono guru, è finito il tempo dei falsi maestri dalle risposte facili, non è più possibile delegare ad altri la fatica della ricerca, non è rimasto che un maestro: noi stessi. Siamo gli unici a poter valutare, per la nostra persona, per il nostro sistema sottile, per il nostro Spirito cosa è bene e cosa è male.

“Io non sono e non mi sento colpevole di nulla.”

Non sentirsi più colpevoli di nulla, anche solamente per poco, in una società che usa il senso di colpa per creare legami e tenere le persone dominate è qualcosa di così benefico, di così estremo sollievo all’anima che la mente stenta ad accogliere tanta gioia. Si fatica a credere che basti così poco per liberarsi delle proprie catene, grigie non perché fatte di acciaio ma di anelli di fumo, catene che credevamo inscindibili perché così ci hanno fatto credere.

“Perdonami se ho fatto qualcosa contro lo Spirito”.

Perdonami anche ora, in questo momento, se ho fatto qualcosa contro lo Spirito. Possiamo peccare contro di esso anche senza rendercene conto, oppure per debolezza. In Sahaja Yoga non è tanto importante ricercare le cause degli errori, quanto dissolvere questi nel perdono e continuare a crescere per allontanare da sé non solo il desiderio di commetterli di nuovo ma fortificarsi interiormente, tanto da diventare immuni da certe lusinghe. Certe volte siamo così convinti della necessità di qualcosa da patirne la mancanza semplicemente perché ci siamo persuasi di averne bisogno.

 

La mente può infatti confonderci e farci vedere pura acqua di fonte dove invece è solo una pozzanghera stagnante, o viceversa. Infatti non scoprii subito, ma più avanti nel percorso, che la mente può diventare nostra nemica, ostacolo alla nostra crescita spirituale. Si pensa sempre che i nemici siano fuori: fondamentalisti, razzisti, arroganti, violenti, egoici, indifferenti, rabbiosi; sono dentro.

La mente si ribella perché non può contenere completamente l’affermazione: “In verità io sono lo Spirito”. La mente si dibatterà contro ciò perché è una cosa che non può razionalizzare. Quanti calici possiamo riempire raccogliendo a piene mani le stelle dal velo della notte? Quali sono le distanze che possiamo raggiungere con la nostra mente? Dove essa ha deciso che debba finire l’infinito? Come può comprendere la scheggia di assoluto dentro ognuno di noi? Lo Spirito viaggia a velocità interstellari senza spostarsi, è il nostro lume acceso alla finestra di una casa dispersa nel buio, che ci aspetta per accoglierci nel suo tepore.

La mente rimane comunque il nostro ostacolo più grande da superare. La persona che argomenta le lezioni del programma che seguo usa spesso l’espressione “i pensieri sono ottimi servi ma pessimi padroni.” E’ proprio questa la sfida, l’equilibrio da ottenere, ovvero confinare la mente nel ruolo che le spetta, senza lasciarla entrare nel nostro vaso spirituale, con la sua debordante smania di calcolo e catagolizzazione. Infatti quando si parla di silenzio, di silenzio meditativo, ci si riferisce a quello stato in cui i pensieri sono assenti, come gallette scioltesi in un mare immenso.

 

E’ difficile parlare di qualcosa quando la via migliore e più diretta è fare direttamente l’esperienza di Sahaja Yoga attraverso la meditazione. Non è una religione, non ci sono dogmi a cui dover credere, salti nel buio d’affrontare. Sempre la persona che ho nominato prima usa spesso queste parole: “Non credete ad una parola di quello che dico. Provate. Meditate.”

E’ meglio credere a sé stessi, nelle proprie percezioni, senza sentirsi forzati a dover sentire ad ogni costo qualcosa. Le mie prime sensazioni sono state abbastanza forti, tanto nel percepire le vibrazioni fresche quanto nel sentire il calore. Ho scoperto così di essere una persona di lato sinistro. Che cosa questo significhi veramente l’ho scoperto solo dopo.

Ricordo la mia paura di sbagliare i movimenti, i gesti della meditazione, e quindi di far fallire il “rito”, di diminuirne l’efficacia. Ma come si può davvero sbagliare? La gestualità, questa specie di liturgia è sì importante ma non fondamentale. Il fine rimane sempre lo stesso: connettersi al proprio Spirito. E perché farlo, perché è necessaria tutta questa fatica, questo silenzio interiore così difficile da ottenere? Perché? Perché è l’unico modo per connettersi con l’energia divina.

 

Questa energia… E’ difficile parlarne, credo per molti, tanto più per me che mi sento appena sulla soglia di Sahaja Yoga; come svegliarsi un giorno, alzarsi da letto, aprire la porta della camera e scoprire che questa si affaccia sull’universo. Dopo un primo momento di stupore il primo istinto sarà quello di richiudere la porta. “E’ impossibile! Di là dovrebbe esserci il corridoio e le altre stanze. Dove è finito tutto?” Sicuramente la mente ci fornirebbe presto delle soluzioni, del resto è quello il suo ruolo. Si penserebbe ad un’allucinazione, una  suggestione, a qualsiasi cosa ci permetta di vedere nuovamente il corridoio, le solite pareti, le fredde piastrelle per tornare sui passi che abbiamo sempre calcato.

In realtà questa è solo una metafora, una drammatizzazione, in Sahaja Yoga l’ingresso della consapevolezza in noi non avviene in modo così drastico. Anzi, accade tutto in maniera molto graduale, quasi con dolcezza direi. Ognuno può prendersi il tempo che vuole per entrare in confidenza con il proprio Spirito e le proprie vibrazioni.

 

Non avrei mai immaginato in vita mia di essere capace di vibrare, di sentir “parlare” le mie mani. Ricordo che le prime volte erano sensazioni nettissime, soprattutto alla mano sinistra, come se qualcosa mi avesse marchiato o forato il palmo ma senza dolore e sanguinamenti, provando un intenso formicolio. Ancora non sapevo fosse la Kundalini che stava agendo, pulendo i miei canali e i chakra rimuovendone lo sporco.

La Kundalini è il potere dentro di noi, una forza dormiente presente fin dalla nascita, poi risvegliata grazie alla prima meditazione. Non sto parlando di un’energia astratta, arcana ma di qualcosa che ha anche dei risvolti fisici, precisi, nel nostro corpo. Essa risiede nel nostro osso sacro ed è stata rappresentata come una spirale, come un serpente, come una fiamma che esala dalle mani e dal capo. E’ stato strano sentire, per la prima volta, questa corrente, questo soffio, spirare dalla propria testa, e con qualità precise di calore o freschezza, a seconda delle condizioni del sistema sottile interno. Questa energia può essere definita, prosaicamente, come il combustibile del nostro sistema coordinato di chakra, capace di pulirli e attivarli.

 

Personalmente dei chakra ne avevo sempre sentito parlare come qualcosa di mistico. Addirittura mi era arrivata voce di persone capaci di “sbloccare i chakra”, dietro il pagamento di una somma in denaro. Niente di più falso. Niente di più sbagliato che affidarsi a persone che chiedono dei soldi per metterti in contatto con lo Spirito. Non ne può venire nulla di buono. Tutto in Sahaja Yoga è rigorosamente gratuito, proprio per conservarne la purezza. Nessuno mi ha mai chiesto dei soldi con la promessa di farmi ottenere chissà quale livello spirituale. Anzi, mi è stato ricordato spesso che ognuno è il maestro di se stesso, e che non esiste guru a cui potersi aggrappare per poter ottenere l’integrità con il Tutto. Non resta altro che confrontarci con noi stessi. Non esistono altre scuse.

 

In questo cammino comunque non si è completamente soli, tutt’altro. Ci sono state molte persone vicino a me, e a chi come me ha deciso, all’inizio certo inconsapevolmente, di incamminarsi verso lo Spirito. Ce ne sono davvero più di quanto uno creda, nella propria città e sparsi per il mondo. La prima persona che mi viene in mente è quello che potremmo chiamare il relatore, o facilitatore delle serate del programma, che ho già citato. Mi limito a queste definizioni dato che la sua naturale modestia rifiuterebbe appellativi come insegnante o maestro. E’ stata la prima persona che mi ha parlato di Sahaja Yoga. Ricordo ancora queste parole: “Voi siete venuti qui perché state cercando qualcosa, qualcosa che nella vita di ogni giorno faticate a trovare”. Ed era così, stavamo davvero cercando qualcosa. Perfino quelli che erano venuti con il tappetino perché convinti che fosse una ginnastica alternativa stavano cercando qualcosa. Comunque siano poi andati i destini individuali, al di là di chi abbia trovato difficile continuare o quelli che non hanno capito, eravamo comunque tutti lì. Nessuno era rimasto sul divano, o andato al bar a perdersi negli oblii serali, o a stordirsi con la chiassosità dei programmi televisivi, o al cinema per distrarsi da se stesso. No, eravamo lì, e questo, anche se non riesco ancora definirlo nella rassicurante rotondità di una frase, aveva ed ha un significato.

Ecco cosa eravamo: cercatori, persone in cerca di qualcosa. Ma che cosa? Lo Spirito, la connessione con l’infinito, il Divino, l’Eterno, l’Assoluto; comunque si voglia chiamare questa energia non importa. Esistono livelli dell’esistenza in cui nomi, parole, sillabe, gesti, riti hanno ben poco rilievo.

I cercatori esistono da migliaia di anni, e chissà da quante vite stiamo cercando la stessa cosa. Nei secoli passati per i cercatori la vita era davvero difficile. Dovevano subire molti  patimenti, ottenendo in cambio, rispetto alla fatica, davvero poco, spesso maltrattati dagli stessi maestri a cui si rivolgevano. Senza parlare del pericolo per le anime, soprattutto in tempi moderni, di cadere nelle grinfie dei falsi maestri, capaci con la loro malvagità non solo di sottrarre soldi ai propri discepoli (sarebbe il meno) ma anche di rovinare in modo irrimediabile e sottile le persone. Molti di questi personaggi sono venuti fuori tra gli anni ’70 e ’80, proprio quando l’occidente riscopriva una propria interiorità, seppur in modo grezzo e pioneristico, ma certo audace e meritevole. Tanti sono stati truffati nella tasca e nell’anima, alcuni hanno davvero trovato il loro guru ideale, o lo sono diventati essi stessi, altri sono approdati nel porto profumato di Sahaja Yoga. Ma chi ha costruito questo porto? Chi lo ha reso così profumato, accogliente, ma soprattutto reale? Quale uomo degno di stima può essere stato? Non un uomo stavolta ma una donna: Shree Mataji Nirmala Devi.

 

E’ lei la fondatrice di Sahaja Yoga, lei ha trovato il modo di diffondere queste verità in tutto il mondo, viaggiando instancabilmente, volando sopra i continenti e gli oceani. Lei ha inventato questo modo rapido di ottenere la realizzazione del Sé, così semplice che personalmente ancora oggi stento a credere di averla ottenuta. Eppure è bastata quella prima meditazione per connettermi al Divino. Nonostante questo c’è ancora qualcosa dentro la mia mente che “non capisce.” Certe volte penso a noi esseri umani come primati troppo evoluti lanciati nel tentativo di capire come funziona un marchingegno molto più complesso di loro, e una volta acceso stentassero a credere di esserci riusciti; spesso può infatti insorgere il timore della bellezza, la paura animale di tutto ciò che può accadere e non conosciamo.

Forse sto deviando dal centro del discorso, forse dovrei fare degli approfondimenti riguardo alla figura della fondatrice. I dati noti e biografici sono facilmente reperibili online ma tutto il resto sta al cercatore trovarlo, accettarlo ed infine capirlo. E’ difficile aggiungere altro sul mistero della sua personalità. Basta guardare i suoi video, ve ne sono a migliaia, per rendersi conto della sua saggezza, così profonda e allo stesso tempo pratica, del modo in cui certe sue parole possano attraversare la stratosfera, la nebulosa dei nostri pensieri per risplendere nel fondo del pozzo, come scintille di una fontana pirica.

 

Inizialmente avevo un’idea completamente diversa, lo ammetto. Facevo fatica ad accettare la continua esposizione della sua immagine, il rivolgersi continuamente a lei, le devozioni. Poi, con il tempo, ho capito. Un’altra cosa bella di Sahaja Yoga è che ognuno può prendersi il suo tempo per capire. Non c’è nessuno che ti dica: “Se non accetti questo sei fuori!” Al contrario, ho sempre trovato molta gentilezza, molta pazienza, e sì, in definitiva, posso dire, molto amore. Un amore inteso in senso lato, amplificato del suo significato abituale, esclusivo, tutto rivolto ad una persona o ad una cerchia ristrettissima. Per tanto tempo mi sono chiesto cosa significhi davvero questa parola ed il verbo amare, se sia davvero un’azione o uno stato dell’essere e se sia in qualche modo possibile identificarlo, carpirlo per sempre. Non ho mai trovato risposte appaganti e nemmeno dei gesti che soddisfacessero appieno questa mio desiderio di conoscere, di capire. Forse, mi ritrovo a pensare, ho chiesto troppo, troppo voluto da persone, esseri umani come me, che probabilmente stavano già facendo il meglio che potevano. E mi dispiace ora d’aver forse tediato tante persone con le mie pretese.

 

Tutte queste consapevolezze fanno parte di un percorso di crescita, bandierine piantate sulla costola di questo monte che sto felicemente scalando. Quando si è convinti, sicuri della strada da seguire nonostante la caligine a celarci la vetta, l’ascesa è lieta, relativamente facile; a complicare le cose è la paura, i dubbi sulle nostre possibilità, su quello che possiamo ottenere o ci meritiamo di ottenere; le incertezze, come amici ipocriti, ci propongono strade alternative, scorciatoie, vicoli ciechi o scatole, armadi nei quali rinchiuderci per non sentire, non credere, per smettere di crescere perché le ossa fanno troppo male.

Con questo non voglio dire che non sia lecito farsi e fare delle domande, essere perplessi. Io stesso ammetto serenamente di avere ancora dei dubbi. Lo dichiaro apertamente perché voglio essere sincero fino in fondo e perché penso che senza onestà verso se stessi e gli altri non ci possa essere nessuna crescita reale.

Del resto avere dei dubbi ed esserne consapevole mette in una posizione di vantaggio, mi rende possibile guardarli sempre più da fuori, con distacco, allontanandomi lentamente da essi, come una farfalla abbandona il suo involucro.

 

Penso di aver trovato casa, penso di aver trovato le persone giuste, la disciplina giusta per ascendere davvero, per non perdermi nella selva delle incertezze e delle pulsioni.

Per quanto le cose all’inizio possano sembrare assurde, sono cose, quelle di Sahaja Yoga, che puntano al bene, collettivo e individuale; anche solo per questo meriterebbero di essere seguite. Inoltre in Sahaja Yoga è presente questa forza così dolce ed equilibrata, che riesce ad essere materna senza remissività, forte senza aggredire. Sinceramente in vita mia non ho mai incontrato nulla di simile. Tutti vogliono qualcosa, i preti, i politici, l’economia, tutti vogliono qualcosa di te. Anche Sahaja Yoga vuole qualcosa, ovvero prendere quel pezzetto d’Assoluto che abbiamo dentro e proiettarlo verso il cielo.

 

Allora posso dire a tutti i cosmonauti, ai cadetti dello spazio, a tutti quelli che hanno visitato le regioni interiori dell’Io e hanno trovato solo miseria e spavento, a chi non è mai contento, a chi sta cercando qualcosa: perché non provare? Che cosa avete da perdere in fondo? Non è necessario rispondere subito o prendere immediatamente delle decisioni: meditateci sopra.

Simone Zaro, Emilia Romagna

 

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